sabato 4 ottobre 2014

Un oceano di plastica


Immaginatevi una distesa di rifiuti ampia quanto la penisola iberica e immaginatevi cosa potrebbe succedere se tutti questi rifiuti si ritrovassero all'improvviso a galleggiare nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico.
Questa è la grande Isola di Plastica del Pacifico (in inglese conosciuta come il Pacific Trash Vortex).
Questa è una delle tante storie in cui la noncuranza, l'ignoranza e l'egoismo umano possono arrivare ad un punto talmente tragico da causare un radicale cambiamento nel panorama mondiale.

...


Negli oceani di tutto il mondo si può trovare una quantità impressionante di rifiuti, qualcosa che davvero fa venire la pelle d'oca.
Secondo certe stime, l'ampiezza totale di questi accumuli si aggira attorno ai 10 milioni di chilometri quadrati (un estensione grande quanto gli Stati Uniti d'America) per un peso totale di 3 milioni di tonnellate contando la sola plastica. Non chiedetemi come siano arrivati a tali cifre, teniamole per buone ma comunque approssimative.

L'accumulo più importante è il Pacific Trash Vortex (o Great Pacific Garbage Patch).
In italiano viene spesso descritto come un'immensa isola, ma in realtà il paragone con una qualsiasi isola è ingannevole.
Di fatto i rifiuti non formano un ammasso solido, ma si limitano a galleggiare o a restare in sospensione nell'acqua.
Questo accumulo avrebbe iniziato a formarsi attorno agli anni 50' in seguito all'azione della corrente oceanica chiamata Vortice Subtropicale del Nord Pacifico.
Solo nel 1988 però si iniziò a presagire la sua reale esistenza: studi incrociati del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) rivelarono che i rifiuti potevano esser trascinati dalle correnti e rimanere intrappolati in certe zone del Pacifico.

L'effettiva scoperta del Pacific Trash Vortex però avviene nel 1997 grazie a Charles Moore, un facoltoso appassionato di nautica e ambientalista.
Durante una regata, di ritorno dalle Hawaii, Moore decide di navigare in una zona poco battuta del Pacifico ed è così che si imbatte in questa enorme distesa di rifiuti.
Egli decide quindi di divulgare la notizia facendo del Pacific Trash Vortex l'oggetto della campagna della sua associazione no profit, l'Algalita Marine Research Foundation.
A partire dal 2000 l'esistenza di questo accumulo diviene nota all'opinione pubblica.


Che cosa comporta tutto questo? Quali insidie nasconde e a quali problematiche ambientali può portare tutto questo? E come mai in questi accumuli i rifiuti più diffusi sono di plastica?


Pensate ad esempio che è stato stimato che il 97-98% dei rifiuti presenti in queste "discariche a cielo aperto" è composto da plastica e il restante 2-3% da materiali biodegradabili.
Ma perché c'è così tanta plastica?
La risposta è alquanto semplice quanto inquietante: mentre tutti gli altri rifiuti vanno incontro a decomposizione, la plastica resiste per moltissimi anni. Ecco svelato il mistero. La plastica non va incontro allo stesso processo di biodegradazione degli altri rifiuti. Essa subisce quella che viene chiamata "fotodegradazione".
La plastica tende quindi a disfarsi e a scomporsi in pezzetti sempre più piccoli, fino a giungere alle dimensioni delle molecole stesse dei polimeri che la compongono, che sono difficilissime e lentissime a degradarsi.
Queste molecole, quindi, finiscono per rimanere in sospensione nell'acqua comportandosi di fatto come il plancton.
Questo ha come tragica conseguenza il fatto che tutti quegli animali che si nutrono di plancton finiscono per ingerire accidentalmente anche queste molecole causandone il loro ingresso nella catena alimentare. Inutile dire che queste molecole non sono certo salutari.
Secondo rilevazioni compiute nei pressi dell'accumulo nel 2001 il rapporto fra la quantità di queste particelle e lo zooplancton è di 6 a 1. Questo da molto da pensare.


Che dire poi di tutta quella plastica che non ha ancora subito il processo di fotodegradazione?

Oggetti di plastica o pezzi di essi possono finire nelle bocche o nelle vie respiratorie di molti animali marini causandone la morte per soffocamento.
L'esempio più famoso di tutti è quello delle tartarughe marine che ingeriscono spesso e volentieri i sacchetti di plastica che fluttuano nell'acqua, scambiandoli per delle meduse.

Inutile ribadire quindi che tutto ciò ha delle serie conseguenze sulla vita marina e sull'ambiente stesso.


Ma da dove arriva tutta questa plastica?


Per lo più essa deriva da oggetti gettati in mare volontariamente o meno dalle imbarcazioni o dall'incuria delle persone che non pensano a cosa questo comporta. Nonostante questi rifiuti costituiscano una percentuale molto bassa sul totale ciò rimane comunque un elemento importante

Percentuali decisamente più considerevoli sono quelle dovute al rovesciamento in mare di oggetti trasportati via nave inseguito ad incidenti, come ad esempio le grandi navi container.
La più famosa perdita di carico in tal senso è quella della Hansa Carrier, avvenuta nel 1990. In tale occasione caddero nell'Oceano Pacifico ben 80.000 articoli fra stivali, scarpe e attrezzature sportive.
Parte del carico fu recuperato, ma che dire del resto? Da qualche parte saranno pur finite tutte quelle cose.

(La quantità impressionante di detriti trascinati
in mare in seguito a uno tsunami)


Una quantità ancora più considerevole di oggetti di plastica viene trascinata in mare durante i disastri naturali come ad esempio il maremoto avvenuto al largo del Giappone nel marzo del 2011 che ha generato un enorme afflusso di materiale proveniente dalle città lungo la costa. Molto di questo materiale è finito nell'Oceano Pacifico.
Uno studio condotto nel luglio 2012 ha rivelato che inseguito allo tsunami avvenuto in Giappone il Pacific Trash Vortex si è esteso aumentando la propria larghezza di ulteriori 3000 km.






Cosa si può fare dunque per cercare in qualche modo di rimediare a tutto questo?


Purtroppo, non sembra esserci una soluzione a breve termine per questo grave problema. Sembrerebbe che nessuno voglia assumersi la responsabilità o l'onere di ripulire un tale disastro.
Per quanto riguarda la questione della prevenzione, tutti possono fare la loro parte... per prima cosa evitando di gettare in mare qualsiasi cosa.

Secondo, da qualche anno avrete sicuramente notato tutti che i comuni sacchetti di plastica dei supermercati sono stati lentamente sostituiti con sacchetti di plastica biodegradabile (compostabile) o, ancora meglio, con i classici sacchetti di carta/stoffa/cartone riutilizzabili ancora e ancora per fare la spesa.
Questo al fine di evitare l'utilizzo degli insostenibili e indistruttibili sacchetti di plastica usa e getta. Quindi stiamo attenti anche quando facciamo acquisti, mi sembra davvero il minimo che si possa fare.

Dobbiamo sperare tutti che il problema non cada nel dimenticatoio e che nei prossimi anni si riesca a giungere ad una soluzione, magari in collaborazione con le diverse nazioni o aziende private al fine di eliminare una volta per tutte la plastica dagli oceani e magari ridurne l'utilizzo/spreco. Non può decisamente continuare così.


Se volete saperne di più in merito vi allego alcuni link che io ho trovato molto interessanti

L'Oceano di Plastica - Libro che approfondisce meglio l'argomento.
Mappa dei 5 principali accumuli di plastica sul pianeta

Ringrazio Tiziano per averli segnalati.

6 commenti:

  1. http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2014/07/17/news/mappa_estensione_plastica_oceani-2216804/
    http://books.google.it/books?id=CEtVQmWpjHYC&pg=PA316&lpg=PA316&dq=cinque+vortici+oceano&source=bl&ots=giIYGmKKRN&sig=4KgbZbJRGLEo1bP6eR5ixVtiw5g&hl=it&sa=X&ei=isU0VOLJFaud7gbjzYGADA&ved=0CGMQ6AEwDA#v=onepage&q=cinque%20vortici%20oceano&f=false

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    1. Grazie Tiziano, sempre molto attento.

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  2. Grazie di quest'utile informazione. Mi spiace che molti a cui manchi l'educazione e un minimo di cultura non sappiano dell'esistenza di questo disastro presente in natura.

    Per me comunque la questione è molto semplice. Non ho bisogno di sapere che esiste un'isola di plastica sul nostro pianeta per esser convinto che non devo buttar m...a nell'oceano. Purtroppo non lo è per la maggior parte, quindi, è sempre bene informare, giusto!

    Quello che in questo momento mi turba a tal riguardo è come fa l'equilibrio naturale a restabilire il danno al pianeta, cioè, tutte quelle sostanze nocive (a parte la plastica) che ci sono già ed il petrolio ad esempio? Esiste un meccanismo naturale che ripulisce tutto? Se sì, in quanto tempo?

    Jan Quarius

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    1. Ciao Jan,
      La Natura incredibilmente riesce sempre a trovare la sua strada, giusto mentre facevo una ricerca riguardo a questo argomento ho scoperto che la plastica di questi accumuli non è sterile e priva di vita, ma è abitata da moltissime specie diverse di batteri (di cui una patogena per l'uomo), organismi unicellulari e diatomee. Alcuni di questi batteri sembrano (non ancora dimostrato) nutrirsi di alcune sostanze presenti nella plastica e di idrocarburi. Quindi quando in genere si parla di danno dell'uomo verso la Natura si intende della Natura per come la conosciamo nella forma a cui siamo abituati. Sicuramente quei batteri e microorganismi sono molto contenti dei nostri rifiuti, però per quanto riguarda tutti gli altri è un vero disastro.
      Comunque non conosco molto riguardo a questo e riguardo a come la natura potrebbe riprendersi da altre sostanze inquinanti. Credo sia un qualcosa che non è stato ancora studiato e approfondito come dovrebbe, persino dagli esperti del settore.

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    2. Io ricordo di aver visto un documentario che parlava di ciò che sarebbe rimasto della civiltà umana dopo una possibile apocalisse. Il risultato teorico era pazzesco. Tutti i supporti di memoria contemporanei di oggi come HDD, CD, DVD, fotografie, ecc dopo circa un migliaio di anni sarebbero spariti dalla faccia della terra come anche le più grandi costruzioni come i ponti (che hanno sempre bisogno dell'intervento dell'uomo), o ad esempio Empire State Building e simili. Le uniche fonti d'informazione che sarebbero rimaste sarebbero le piramidi egiziane :D e la natura ovviamente.
      Ti giuro che non ci ho creduto, ma con un po' di ricerca di rendi conto di quanto sono obsolescenti le cose che attualmente inventiamo e produciamo!

      Saluti

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    3. Forse il documentario a cui ti riferisci è "La Terra dopo l'uomo". Sicuramente è un documentario molto interessante che ho visto pure io. Se parliamo di un tempo molto molto lungo le uniche cose che rimarranno dell'uomo sono le nostre stesse ossa, se avranno la fortuna di fossilizzarsi come è accaduto ai dinosauri. Tutto il resto bene o male è destinato a dissolversi, sebbene in tempi molto lunghi. Questo significa però che molte cose inventate dall'uomo continueranno a fare danni anche dopo una sua ipotetica scomparsa.

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